La soglia medievale del paese, tra mura e aquila tuderte
Nel cuore di Tenaglie, l’Antiquarium Museo Archeologico di Tenaglie – AMAT non è solo un museo: è una porta sul paesaggio antico di Montecchio.
Qui i reperti diventano voci che parlano di confini, scambi e memorie; guidano tra oliveti e forre, fino al Vallone di San Lorenzo, dove la pietra sabbiosa (il matile) ha custodito per secoli la vita e la morte di una comunità di frontiera. Le collezioni provengono soprattutto dalle necropoli locali e raccontano la trama condivisa di Etruschi e Umbri fra VII e IV sec. a.C., mentre sullo sfondo si intuisce l’abitato antico probabilmente in località Copio, nodo naturale tra dorsali e corsi d’acqua.
L’edificio – un tempo scuola del paese e di proprietà del locale Dominio Collettivo con, ai piani inferiori, un frantoio per le olive – è oggi un punto di riferimento per comprendere il paesaggio archeologico di Montecchio e dell’Amerino: qui la visita diventa racconto, tra oggetti, contesti e mappe del territori.
Tra i comuni di Montecchio e Baschi, la necropoli si sviluppa per quasi 2 km lungo il fosso di San Lorenzo e il fosso di Raiano, con un nucleo anche al Podere di Copio II (Citernino).
Le tombe a camera sono scavate nel matile (arenaria friabile), spesso con corridoi a cielo aperto. L’impianto nasce alla fine del VII sec. a.C. e raggiunge il suo pieno sviluppo nel VI sec. a.C.; inizialmente risente di influssi falisco–capenati e sabini, poi dell’irradiazione della vicina Orvieto (Velzna) lungo i traffici del Tevere. Nel IV sec. a.C. si registra un calo d’uso e l’impoverimento dei corredi. Il sito fu individuato a metà Ottocento (segnalazione di Domenico Golini), quindi a lungo dimenticato; dagli anni ’70 la Soprintendenza ha ripreso ricognizioni e scavi sistematici. A questa necropoli è probabilmente connesso un abitato antico in località Copio.
Il racconto di un territorio unico di colline d’ulivi e boschi attraversati da sentieri naturalistici che conducono fra promontori e rovine d’età ellenistica e romana imperiale; un territorio ricco anche di risorse enogastronomiche.
La scoperta di Domenico Golini nell’Ottocento documenta insediamenti italici fra VII e IV sec. a.C.: tombe rupestri che raccontano vita quotidiana e riti funebri di comunità etrusche e umbre, con un forte sviluppo architettonico.
La Tomba 2 del VI–V sec. a.C., raccoglie i resti di cinque bambini con corredo legato alla sfera domestica (utensili da cucina, contenitori per alimenti). Orientamento, materiali e cura esecutiva indicano un alto rango, in un contesto influenzato da tradizioni etrusche e umbre.
Databile al VI–IV sec. a.C., apparteneva a famiglia etrusca di alto rango.
Camera quadrangolare con tre letti scavati nella roccia, in dialogo con la cultura di Velzna (Orvieto). Corredo maschile con bucchero (kantharoi, oinochoai), fibule in ferro, lance e coltelli: segni di prestigio sociale e di scambi fra mondo etrusco e umbro.
Le “città dei morti” rispecchiano quelle dei vivi: tombe ipogee e tumuli d’élite, riti con banchetti, offerte (uova, melograni), simboli di rinascita. Forti i rimandi alla religione etrusca e all’influsso greco nelle raffigurazioni dell’aldilà.
Indagini 2017 nella necropoli: struttura rupestre a due camere, ricchi materiali (bucchero, metalli) e lungo uso sepolcrale. Confermata l’importanza di Montecchio come snodo fra Etruria e Adriatico, nei traffici e nella cultura.
Visitato l’AMAT e scattata qualche foto dalla terrazza con vista su Carnano e Montecchio è l’ora di inoltrarsi nel borgo alla scoperta dei vicoli e dell’imponenza del Palazzo al centro di questo particolare micro mondo.
Terra di frontiera umbro etrusca, terra di castelli contesi, terra di un paesaggio disegnato da borghi silenti e colline di ulivi, querce e castagni